Se la prima parte di questa riflessione mostrava la frammentazione come fenomeno visibile – associazioni, gruppi, rivendicazioni parziali, micro‑identità – la cronistoria della professione ci obbliga a compiere un passo ulteriore: riconoscere che la frammentazione non è un incidente recente, ma l’esito coerente di un percorso storico disomogeneo, segnato da scelte politiche, culturali e formative che hanno impedito la costruzione di un’identità professionale solida.
La professione infermieristica italiana nasce e cresce in un terreno instabile, dove ogni avanzamento è stato ottenuto senza una vera strategia di sistema. La nostra storia non è una linea evolutiva, ma una sequenza di strappi, accelerazioni improvvise, compromessi, rinvii, riforme monche. E ogni strappo ha lasciato una cicatrice identitaria.
1. Una professione costruita senza un progetto professionale
La cronistoria lo mostra con chiarezza: l’accesso alla professione è stato per decenni casuale, diseguale, spesso improvvisato: dalla lettera del primario che trasformava un ausiliario in infermiere, alle riqualificazioni lampo degli infermieri generici, ai percorsi formativi ridotti, fino alla proliferazione recente di master e lauree “creditizie”, la professione non ha mai avuto un modello formativo stabile, coerente, riconoscibile.
Questa eterogeneità ha prodotto un effetto devastante: non esiste un “noi” professionale condiviso, perché non esiste un’esperienza formativa comune che abbia costruito un immaginario, un linguaggio, un’etica e una visione unitaria. La frammentazione nasce qui, molto prima dei gruppi social o delle associazioni di nicchia.
2. Una professione che avanza senza essere riconosciuta
Ogni conquista – abolizione del mansionario, ingresso in università, laurea magistrale, dirigenza – è stata ottenuta senza che il sistema contrattuale, organizzativo e politico riconoscesse davvero il salto di complessità. Il risultato è una professione iper -qualificata ma sotto -inquadrata, con responsabilità crescenti e potere decisionale minimo. Una professione che studia come una professione intellettuale, ma viene trattata come una forza lavoro tecnica.
Questa dissonanza produce frustrazione, rabbia, senso di ingiustizia e quando una categoria non trova riconoscimento all’esterno, cerca compensazioni all’interno: micro‑identità, specialismi autoproclamati, appartenenze alternative. La frammentazione diventa così una forma di sopravvivenza simbolica.
3. Una rappresentanza debole che non ha fatto sintesi
L'IPASVI - ora FNOPI - ha vissuto per decenni in una posizione ambigua: formalmente rappresentativo, ma politicamente marginale. Così la transizione a Ordine non è stata accompagnata da una visione strategica del ruolo, né da un progetto di leadership professionale. Il risultato è un vuoto di rappresentanza che ha favorito la nascita di gruppi paralleli, spesso più identitari che realmente politici.
4. Una professione che non ha ancora elaborato la propria storia.
La cronistoria mostra un dato che raramente affrontiamo:
- Non abbiamo mai fatto i conti con la nostra storia professionale.
- Non abbiamo elaborato il trauma del mansionario, né quello delle riqualificazioni accelerate.
- Non abbiamo discusso collettivamente cosa significhi essere passati da una formazione tecnica a una universitaria.
- Non abbiamo definito cosa voglia dire essere professionisti intellettuali in un sistema che continua a considerarci “esecutori”.
Senza una narrazione condivisa, ogni infermiere costruisce la propria. E dove mancano narrazioni comuni, proliferano identità concorrenti.
5. La frammentazione come sintomo, non come causa
La frammentazione che osserviamo oggi – gruppi, associazioni, movimenti – non è la causa della debolezza professionale. È il sintomo di una debolezza più antica: l’assenza di una cultura professionale unitaria. Una cultura che non ha mai avuto la possibilità di essere costruita perché:
- La formazione è stata disomogenea;
- La rappresentanza è stata debole;
- La politica ha usato la professione come strumento, non come interlocutore;
- La professione non ha mai avuto un progetto identitario condiviso.
- La frammentazione è la conseguenza naturale di una professione che non ha ancora definito se stessa.
6. La ricomposizione: un progetto che richiede maturità collettiva
Deframmentare non significa “mettere tutti d’accordo”. Significa costruire un patto identitario minimo, non negoziabile perché una Professione matura:
- Non teme la pluralità, ma la organizza.
- Non teme il dissenso, ma lo integra.
- Non teme la storia, ma la elabora.
La deframmentazione non è un ritorno all’unità perduta. È la costruzione di una unità nuova, consapevole, adulta, fondata su una visione corporativa moderna e non corporativistica: una visione che riconosce la pluralità, ma la orienta verso un destino comune.
7. La responsabilità che ci attende
La storia ci ha consegnato una professione disomogenea. Il presente ci consegna una professione stanca, demansionata, svalutata. Il futuro ci chiede una professione capace di riconoscersi e di riconoscere il proprio valore.
Concludendo
La deframmentazione non è un atto tecnico ma un atto politico, culturale, identitario. E soprattutto è un atto collettivo: nessuna associazione, nessun gruppo, nessun Ordine potrà farlo da solo.
La professione infermieristica potrà ricomporsi solo quando deciderà di guardare la propria storia senza rimozioni, il proprio presente senza illusioni e il proprio futuro senza paura.
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